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Gli spumanti
Perché bere spumante?


Perché è un vino delicato, di estrema finezza, sano, puro, fragrante, profumato, invitante che deve essere bevuto subito, come esce dalle cantine, per gustarlo nella sua piena vitalità; perché è come la vita, va vissuta ogni giorno, non alla fine quando non c’è piu’ scampo. È un vino, spumeggiante, fatto per il calore umano, per l’ottimismo, per curare i depressi, per sviluppare l’amore, per le grandi decisioni, per gli anniversari piu’ intimi, per berne un bicchiere almeno tre volte al di’. Quando acquistate o ricevete in omaggio delle bottiglie di Spumante, non ponetele in cantina, mettetele immediatamente sulla tavola e bevetele una dopo l’altra. Sarà una cura d’urto contro le malavoglie. Ma scherzi a parte, quando avete pensieri neri ed il pessimismo vi assale è sufficiente bere un bicchiere di Spumante per darvi una leggere euforia che fa tornare la voglia di vivere.

Come nasce lo Spumante


Gli spumanti possono essere prodotti con due diversi metodi: quello classico (fino a poco tempo fa chiamato anche champenois) che prevede una rifermentazione in bottiglia e quello Charmat o Martinotti, dove la rifermentazione avviene in autoclave.
Per entrambi i metodi la prima fase è quella di ottenere un vino base seguendo le tradizionali procedure della vinificazione in bianco. Sono diverse le uve che possono essere utilizzate per la produzione di vini spumanti sia a bacca bianca (come lo Chardonnay o il Riesling) sia a bacca nera (come il Pinot Nero). Secondo la legislazione comunitaria, si distinguono in 5 categorie a seconda del livello livello qualitativo (Vini spumanti, Vini spumanti di qualità, Vini spumanti di qualità aromatici, Vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate e Vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate aromatici) ed in 7 categorie a seconda del residuo zuccherino (Pas dosè, Extra brut, Brut, Extra dry, Secco, Semisecco e Dolce).

Qualche spumante famoso


BoatBuilding 2002
IL PROSECCO Doc di CONEGLIANO E VALDOBBIADENE SPUMANTE EXTRA DRY

GREGOLETTO

IL VITIGNO, LA ZONA DI PRODUZIONE, IL VINO

UN PO' DI STORIA:
Il Prosecco è un vitigno autoctono coltivato dall'inizio del 1800 nei colli di Conegliano e Valdobbiadene. Le indagini e gli studi non hanno chiarito la sua origine che per alcuni è legata al "Pulcino" un vino assai conosciuto e famoso in epoca Romana. Altri lo ritengono originario delle propaggini del carso triestino, dove infatti si trova il paese di Prosecco e dove è ancora coltivata la
"Glera", un vitigno molto simile al Prosecco. Ma come ricordava il Prof. Giancarlo Follador durante la presentazione del bel libro fotografico su "La terra del Prosecco", al, paese di Prosecco nessuno produce questo vino. Se 1'origine è misteriosa una cosa è certa, il Prosecco in quasi due secoli si è diffuso solo nelle colline di Conegliano e Valdobbiadene e questo perché malgrado si tratti di un vitigno molto "rustico" pretende un ambiente molto specifico: colli ben esposti, piogge abbondanti e frequenti, temperature miti prolungate da aprile ad ottobre e sbalzi termici forti nel periodo della maturazione tra il giorno e la notte. In ambiente diversi il Prosecco dà risultati mediocri, non matura o perde irrimediabilmente l'aroma, la leggerezza e freschezza, diventa così nel migliore dei casi un frizzantino.


GREGOLETTO

Gregoletto è un nome che evoca passione, quella grandissima che Luigi ha per la sua terra, per la vigna, per il Prosecco.
Un vignaiolo che ha radici storiche che risalgono al 1792; che ha portato una piccola frazione della Marca Trevigiana, Premaor di Miane ad essere conosciuta in tutta Italia e oltre, grazie alla bontà dei suoi vini, semplici e schivi come Lui, ma proprio per questo sinceri e pieni di quella operosità contadina che è impossibile non amare, insomma un artigiano del vino, con tutto quel di artistico e concreto che c’è in questa definizione. Una azienda di solide radici. Oggi Luigi Gregoletto può contare sul valido apporto dei due figli enotecnici Giuseppe ed Antonella, della quale abbiamo conosciuto l’amore e l’impegno per la vigna, motivo di grande orgoglio per il padre.


IL VINO

E' il Prosecco "classico", la versione che combina l'aromaticità e la vellutata sapidità con la vivacità delle bollicine. Il colore è paglierino brillante ravvivato da perlage, i profumi sono di frutta, pesca, mela, pera, con un sentore di limone che sfuma nel floreale, una aromaticità fresca e ricca di sensazioni. In bocca il vino si distende morbido, avvolgente e al tempo stesso asciutto grazie ad una acidità ben presente. Da aperitivo per eccellenza, ideale a 8-10°C su minestre di legumi e frutti di mare, paste con delicati sughi di carne, formaggi freschi e carni bianche d'alta corte; e per chi non amasse i vini dolci, questo extra dry è un buon compromesso per accompagnare i dessert.

BoatBuilding 2002GIULIO FERRARI RISERVA DEL FONDATORE BRUT TRENTO DOC VSQPRD

FERRARI

UN PO' DI STORIA. Dopo sei anni trascorsi in Francia, a studiare ogni minimo particolare, ogni sfumatura della Champagne e dei processi lavorativi che in essa si applicavano per ottenere quel superbo spumante, Giulio Ferrari, nato a Trento nel 1879, e quindi cittadino dell’impero austro-ungarico (il Trentino, infatti, fu annesso al Regno d’Italia solo nel 1918, con la vittoria nella prima guerra mondiale), si convinse che la sua terra serbava delle potenzialità addirittura superiori a quel pezzetto di terra francese, conosciuto in tutto mondo, per il suo "champagne".
Così, il nostro rientra in Italia con un obiettivo ben preciso davanti a sé: produrre uno spumante nella sua regione che fosse equivalente e persino migliore di quello francese, al quale era riuscito a carpire parecchi segreti nel corso dei suoi studi francesi. Correva l’anno 1902 quando Giulio Ferrari diede vita alla sua creatura, in una cantina nel centro di Trento, dove l’azienda rimase per ben 70 anni prima di trasferirsi nell’attuale sede di Ravina. Per riuscire a far vivere quella splendida idea che aveva in mente, piantò il Chardonnay, famoso per essere il vitigno che regala gli spumanti più nobili e pregiati. Era una grande innovazione ed intuizione: prima di lui nessuno si era azzardato a farlo. Nei primi tempi la produzione, ovviamente, era molto limitata, nemmeno paragonabile a quella attuale. Si trattava di un lavoro prettamente artigianale, ma di altissima qualità, che tendeva continuamente alla ricerca del miglioramento; ogni bottiglia era una personale creazione di Giulio Ferrari. Il primo anno produsse 100 bottiglie: ma per rendere un’idea della cura che egli poneva in esse, dalla vigna, passando per la pigiatura, l’imbottigliamento, fino all’invecchiamento e quindi alla classica coppa, basti dire che altre cento dovettero essere eliminate, con uno scarto del 50%!!! Nel 1906, dopo quattro anni, la produzione arrivò a toccare le 300 bottiglie che venivano vendute ad un prezzo elevatissimo. Ciò nonostante, le bottiglie di "champagne Ferrari" andavano a ruba e, in ragione della loro alta qualità, venivano vendute nello spazio di poche ore.
Nel 1952, dopo 50 anni dalla fondazione, non avendo figli ed eredi in grado di garantire continuità a quel marchio che gelosamente custodiva ed al prestigio che da esso ne derivava, per merito di una vita dedicata a quello scopo, decise di vendere la ditta al ragionier Bruno Lunelli, che acquistò il tutto sborsando una cifra enorme per quei tempi: 30 milioni di lire. Gli aspiranti acquirenti erano molti, ma penso che Giulio Ferrari fu contento di vendere a Lunelli, non tanto per il denaro ricavato, ma perché era sicuro di avere messo il suo gioiello in mani sicure, quelle di una famiglia che avrebbe continuato la strada intrapresa dal fondatore.
Quando Ferrari cedette l’attività produceva 8.800 bottiglie, tutte frutto dell’uva che coltivava. Eravamo ancora al cospetto di una produzione molto bassa, che non riusciva a soddisfare le richieste del mercato sempre più attratto da quel superbo spumante italiano. Bruno Lunelli, dunque, entrò in scena pagando una cifra altissima per un nome: "Ferrari". Con quei trenta milioni, infatti, non ebbe nient’altro, né vigne, né muri. Il risvolto importante dell’operazione consistette nella permanenza in cantina di Giulio Ferrari che, peraltro, non riuscì mai a staccarsi da essa fondamentale per i futuri traguardi e successi cui la famiglia Lunelli sarebbe andata incontro.
Piano piano, poi, Lunelli iniziò anche ad acquistare dei vitigni, così da garantirsi, in ogni caso, una produzione propria con le scelte, le attenzioni e la cura dovuta. Oggi i contadini si vantano di fornire l’uva alle cantine Ferrari e seguono per filo e per segno quanto viene loro consigliato dagli enologi, in particolare dall’occhio vigile di Mauro Lunelli.
Nel 1965 scomparve l’ottantaseienne Giulio Ferrari, con l’intima e fondata rassicurazione che il suo spumante avrebbe percorso ancora tanta strada; mentre nel 1973 si spense, a 67 anni, Bruno Lunelli, che aveva passato la mano ai figli Franco, Gino e Mauro nel 1969: anno in cui la produzione aveva toccato le 100.000 bottiglie! Nonostante ciò la domanda superava ancora abbondantemente l’offerta: quindi i fratelli Lunelli, dopo aver vagliato attentamente la situazione, decisero di trasferirsi nell’attuale sede, dove presto la produzione arrivò a quota 300.000.
E così siamo ai giorni nostri. La cantina, che all’inizio sembrava enorme, è stata ulteriormente ampliata: oggi occupa un’area di 30.000 metri. La produzione è di 3.200.000 bottiglie l’anno, tutte vendute. L’uva è sempre quella dei vigneti trentini, di proprie
tà della famiglia Lunelli o di contadini sotto il controllo di essa.

IL VINO
Summa dell’arte spumantistica italiana, il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore è una delle etichette più prestigiose del nostro panorama vinicolo, oltre a rappresentare il fiore all’occhiello della celebre maison trentina.
Prodotto solo in annate eccezionali, il “Giulio” nasce nel vigneto Maso Pianizza, situato a 550 metri di altitudine sulla riva sinistra del fiume Adige. Grazie all’esposizione a sud, che garantisce la presenza del sole fino al tardo pomeriggio, i grappoli di Chardonnay subiscono una maturazione lenta ed equilibrata, che ritroviamo nella piena armonia gusto olfattiva del bicchiere.
Giallo paglierino molto carico, impreziosito da venature che ricordano l’oro antico. Il perlage si mostra di ottima finezza e discreta intensità. All’olfatto palesa un bouquet ampio, si va dalla crosta di pane alla pietra focaia, dalla resina al biancospino, dal balsamo al finocchio selvatico. Il palato è registrato su di una freschezza decisa, e sull’apporto energico delle bollicine, aspetti che tendono a prevalere (di poco) sulla morbidezza ed il calore conferito dall’alcol. Equilibrato e persistente il finale, in cui si fa largo un leggero e piacevole gusto di miele.


BoatBuilding 2002
FRANCIA CORTA CUVEEE ANNAMARIA CLEMENTI Docg Vsqprd


CÀ DEL BOSCO

LA ZONA DI PRODUZIONE, IL VINO

UN PO' DI STORIA Innanzitutto è necessario individuare i confini geografici di quella che ai giorni nostri è conosciuta come "la terra delle bollicine".Nel gergo locale, infatti, viene indicata come Franciacorta "quella parte della provincia di Brescia che si estende ad Occidente della città ed è compresa tra: il fiume Oglio ad Ovest, le colline alla destra del Fiume Mella ad Est, il Lago d'Iseo e le ultime propaggini delle Alpi Retiche a Nord e la pianura sud collinare a Sud", comprendendo nella parte centrale quel territorio che costituisce dal lato morfologico l'Anfiteatro morenico sebino o della Franciacorta.L'origine storica del termine Franciacorta è ancor oggi dibattuta. Tuttavia è possibile riscontrarne l'utilizzo sin dai primi anni del secondo millennio.Inizialmente il territorio oggi conosciuto come Franciacorta veniva individuato con l'appellativo "Valle d'Iseo"; ne è testimonianza il testo dell'ordinanza contenuta nell'ottavo libro degli Statuta Communis Civitatis Brixiae risalente all'anno 1277. Solo un secolo e mezzo più tardi la stessa porzione di territorio verrà chiamata con il nome di Franciacorta.Successivamente nelle mappe della Repubblica Veneta questa zona viene denominata con il termine "Franza Curta" e dalle stesse mappe si desume che il territorio interessato ha una sua delimitazione ben precisa corrispondente a due delle quattro quadre in cui era diviso il territorio bresciano sotto l'Amministrazione della serenissima: la quadra di Rovato e quella di Gussago.Il Malvezzi nel 1412 fa risalire il nome all'epoca dell'invasione dei Franchi guidata dall'allora condottiero Carlo Magno, il quale prima di attaccare la città di Brescia aveva eretto una sorta di accampamento per il ristoro e il riposo delle truppe nel territorio della Franciacorta. Risulterebbe quindi che l'etimologia del nome sia da individuare nel breve dominio dei Franchi in queste terre.Altri, collegano il nome a fatti accaduti nel novembre 1265, quando uomini di Rovato, Erbusco, Capriolo si ribellarono alle truppe di Carlo d'Angiò, e interpretano, con fantasia il "corta" con la breve permanenza in zona dei francesi.La terza ipotesi, che gode di maggior credito, è suffragata dalla condizione secolare di buona parte del territorio franciacortino donato a titolo franco, ossia libero da imposte, dai Longobardi prima e dai Franchi poi ai monaci. Infeudazioni del genere "curtes francae" esistevano a Timoline, Nigoline, Tobiato, Borgonato, Colombaro e Gussago. Il nome si sarebbe poi esteso a comprendere una zona sempre più vasta.CÀ DEL BOSCONella Franciacorta, in una grande casa nel bosco, si stabilì nel 1965 Annamaria Clementi, madre di Maurizio Zanella. Fra le colline di Erbusco, Zanella incominciò a coltivare la passione di creare vini pregiati. È uno dei marchi più prestigiosi della viticoltura italiana. Si può dire che dal 1968 questa azienda-gioiello di Erbusco, in provincia di Brescia, con 96 ettari di vigneto, abbia fatto apprezzare in tutto il mondo il "Franciacorta": le uve Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero allevate sulle colline che guardano il Lago d'Iseo danno infatti origine ad alcuni fra i più pregiati spumanti italiani attualmente sul mercato. La gamma è completata anche da prestigiosi vini tranquilli, quali il Maurizio Zanella, il Carmenero, il Pinero, i Terre di Franciacorta Rosso e Bianco. “Unico il Pinot Nero brut 1980, pressoché introvabile, per me uno dei spumanti migliori italiani degustati”. IL VINODi opulenta morbidezza questo spumante; ricco in densità estrattiva, avvolgente al sapore, ben nitido all'olfatto ed ancora contenuto in evoluzione.Prodotto da uve Chardonnay (60%), Pinot Bianco (20%) e Pinot Nero (20%), il perlage è finissimo, continuo e regolare¸ ha un bel colore paglierino dorato carico e brillante. Al naso si presenta con un bouquet ricco, profondo, complesso, dove le note fruttate si fondono con garbo ai sentori speziati di vaniglia e lievito. In bocca è un incantevole equilibrio di struttura, eleganza, piacevolezza, finezza e persstenza aromatica. Un vero capolavoro italiano.

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