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I vini bianchi
Perché bere vino bianco?


I vini bianchi in generale, hanno caratteristiche di freschezza e giovinezza, (in contrapposizione all’austerità che caratterizza gran parte dei vini rossi), potremmo paragonarli ad una giovane ballerina, che da il meglio di sé in funzione appunto della sua giovinezza e che non potremmo richudere in un armadio per anni e anni pretendendo di ritrovarla, a tanta distanza di tempo, sempre uguale, fresca e agile. Nel serio, l’enologia dei bianchi, per dirla con una frase un po’ azzardata, è l’inverso di quella dei rossi.
Quanto mai sintomatica una frase, da accettare ovviamente a livello di battuta, udita un giorno: “i vini rossi riescono buoni nonostante l’intervento del tecnico”.
La preparazione dei vini bianchi esige oggi l’applicazione dei concetti piu’ aggiornati, delle attrezzature piu’ moderne; non consente approssimazioni, non consente errori.

Come nasce il vino bianco


Le sostanze responsabili del colore dei vini (antociani) sono per lo più presenti sulle bucce degli acini e vengono estratte essenzialmente nel corso della macerazione, ad opera dell'alcol che si sviluppa durante la fermentazione. Ne consegue che se la fermentazione del mosto viene fatta avvenire dopo aver separato le vinacce da quest'ultimo si otterrà invariabilmente un vino bianco. Il processo di fermentazione in assenza di vinacce viene denominata "vinificazione in bianco".

Qualche vino bianco famoso


BoatBuilding 2002BIANCO VENEZIA GIULIA COSI’ SIA Igt


JERMANN


LA ZONA DI PRODUZIONE, IL VINO
UN PO' DI STORIA:

Il Collio è quella zona a Denominazione di origine Controllata che si estende attraverso la fascia collinare settentrionale della provincia di Gorizia, a ridosso del confine di stato con la Slovenia e che comprende circa 1600 ettari di vigneti collinari specializzati.
Il territorio copre una sequenza di declivi che si sviluppano quasi ininterrottamente lungo una direttrice ideale est-ovest, presentando ampie superfici esposte a mezzogiorno, molto adatte ad una viticoltura di gran pregio.
La prossimità delle Prealpi Giulie costituisce un efficace riparo dai venti freddi di settentrione e la vicinanza della costa adriatica, che dista mediamente una ventina di chilometri, contribuisce a contenere le escursioni termiche, favorendo la persistenza di un microclima mite e temperato: per questo, nel secolo scorso, quando il territorio faceva parte dell'Impero Asburgico, Gorizia veniva definita la "Nizza dell'Adriatico".
La vicinanza del mare determina anche un singolare fenomeno di riflessione dei raggi del solari che produce un effetto di doppia insolazione del quale si avvantaggiano particolarmente i versanti esposti ad est e ad ovest.
I terreni del Collio sono costituiti da marne ed arenarie stratificate di origine eocenica, portate in superficie in epoca remota dal sollevamento dei fondali dell'Adriatico, come indica il frequente ritrovamento di fossili marini.
Queste formazioni rocciose si disgregano facilmente sotto l'azione degli agenti atmosferici, originando un terriccio dapprima grossolano, poi granuloso ed infine assai minuto, che nel volgere di poche stagioni si trasforma in un substrato ideale per la viticoltura.
In quest'ambito geopedologico e climatico così favorevole si è sviluppata, fin dai tempi più remoti, la coltivazione della vite, che risultava praticata nella zona già in epoca pre-romana.
Benchè la coltura della vite fosse antecedente alla loro venuta, ai Romani va riconosciuto il merito di aver introdotto tecniche più razionali e dato maggior sviluppo alla viticoltura. La produzione dei vini intorno alla metà del terzo secolo d.C. era così diffusa da consentire all'Imperatore Massimino, proveniente dalla Tracia e diretto all'assedio di Aquileia con le sue legioni, di requisire in Collio una quantità di botti e tini sufficiente a costruire un ponte sull'Isonzo alla Mainizza, presso Gorizia.
Nel Collio la viticoltura ebbe già dai tempi antichi una rilevante importanza economica. E' questa una realtà che si desume da molti documenti che riguardano il territorio e nei quali sono sempre citati i due elementi essenziali che caratterizzavano allora ogni angolo della contrada: la presenza di un castello, cardine del sistema militare e politico che consentiva di esercitare una reale potestà ed i vigneti che rappresentavano la fonte primaria del reddito e quindi i concreti benefici per colui che di tale potestà era investito.
Il veneziano faustino Moisesso che fu protagonista e puntuale cronista della "Guerra degli Uscocchi", nella sua opera letteraria "Historia della ultima guerra in Friuli", narra come le truppe della Serenissima si lanciassero all'assalto di un fortino in mano all'esercito imperiale asburgico sfruttando le zone defilate al tiro nemico grazie alla presenza dei terrazzamenti ricavati sui fianchi del colle. Questo episodio avveniva nel 1616 e rappresenta oggi una chiara testimonianza della presenza nel Collio di una viticoltura specializzata che già allora si avvaleva di importanti e complesse opere di sistemazione fondiaria. lo stesso Autore, narrando del saccheggio dei castelli espugnati, ci informa dettagliatamente sulla consistenza e natura delle ricchezze costituenti il bottino, che sempre comprendeva ingenti quantità di "vini squisitissimi".
Vini, quindi, noti e ricercati da tempo immemorabile presso le antiche Corti d'Europa, e particolarmente dalla Serenissima Repubblica e dalla Corte Imperiale Asburgica che con alterne vicende lungamente si contesero queste tormentate contrade.
La moderna viticoltura nasce in Collio nella seconda metà del 1800, principalmente ad opera del Conte Teodoro Latour, proprietario di una vasta tenuta che oggi, in altre mani, ancora produce rinomati vini. A lui si deve l'introduzione di pregiate varietà di uve da vino francesi e tedesche che andarono a sostituire alcuni vecchi vitigni locali di minor interesse qualitativo. Nel Collio fu tuttavia mantenuta la coltura di alcune varietà tradizionali più rinomate tutt'oggi presenti ed ancora coltivate con successo.


SILVIO JERMANN
Silvio Jermann è senza dubbio uno dei più prestigiosi e importanti produttori italiani ed internazionali, un vero "cult" per gli appassionati.
Già leggendo i nomi delle sue più famose realizzazioni come It Was Dreams Now It Is Just Wine!, Vinnae, Capo Martino, Vintage Tunina, Cosi’ Sia, si può immaginare quale fantasia e immaginazione pervada questo vignaiolo senz'altro più a suo agio con i vini di fantasia che con quelli classici monovarietali (che comunque produce egregiamente).
Gli Jermann, arrivati in Friuli, a Villanova di Farra, nel 1881 dall’Austria, furono prima mezzadri, poi proprietari; finché verso l’inizio del secolo il vino divenne l’argomento principale del loro lavoro. Sono contadini duri, tutti d’un pezzo, di quelli che non vogliono sentir debolezze né cambiare una virgola nella tradizione.
Il nonno Silvio è uomo che, dovendo andare in guerra, scelse l’esercito d’Austria e avendo ereditato una vigna, seppur in valle buia e scossa dalla bora, fece vino.
Silvio che nel ’68 era a Conegliano alla scuola”del” vino, ebbe, come tutti, volontà di contestazione, ma anche comprensione del diverso e capacità d’autonomia.
Ritornò con l’ansia giovanile di cambiare tutto.
Non più vini pesanti e grassi, ma profumati, armonici, costruiti secondo logiche contemporanee, con macchine contemporanee e per il gusto contemporaneo, nel rispetto della tradizione.
Aveva imparato a scuola che si può vinificare in bianco, che esiste la macerazione carbonica: egli doveva riuscire; dal suo vino personale e preciso, quello di suo padre, ad estrarre non soltanto un vino moderno, ché la modernità tutto appiattisce, ma un prodotto che esprimesse, perfettamente, un gusto che ancora si doveva formare. Litigò, emigrò in Canada, ritornò e ci riuscì: il suo vino, e la sua famiglia, padre austroungarico compreso, sono oggi cittadini del mondo, apprezzati, valorizzati.


IL VINO
Vino pensato per la celebrazione della S. Messa da donare alle parrocchie di Farra e Dolegna del Collio ove sono ubicate le nostre vigne. Dalla coltivazione della vite alla vinificazione sono stati rispettati i principi naturali (per esempio fermentato senza solforosa in botti tradizionali).
Prodotto con uve Tocai, Malvasia Istriana e una piccola parte di Ribolla Gialla.
Affinato quasi un anno in botti tradizionali di rovere di Slavonia da 600-750 lt.
Il vino si presenta di color giallo oro antico, luminoso e splendente. Dal profumo intenso ed elegante che esprime complessità, inizialmente con note di frutta matura, secca e tostata, poi con sentori di miele, spezie dolci, cera ed incenso. In bocca è secco, caldo e persistente. Esprime al tempo stesso morbidezza ed equilibrio. Il lungo finale è caratterizzato da note fresche e sapide che sostengono ed amplificano la componente aromatica.
L’intenzione nel produrre il “cosi’ sia” era quella di ottenere un vino semplice e schietto che rispecchiasse i metodi di lavorazione delle generazioni passate.

 


VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI CLASSICO LE VAGLIE Doc


SANTA BARBARA


LA ZONA DI PRODUZIONE, IL VINO


UN PO' DI STORIA.

I Castelli di Jesi, patria del Verdicchio classico d.o.c., rappresentano uno tra i territori più belli dal punto di vista paesaggistico e più importanti dal punto di vista enologico delle Marche.
Situati nell'entroterra di Ancona, a metà strada tra il mare Adriatico e gli Appennini, presentano un susseguirsi di borghi medievali e rinascimentali dall'aspetto ancora immutato, legati tra loro da dolci colline ricoperte dai vigneti di Verdicchio.
Non si tratta di castelli come normalmente si intende, cioè grandi abitazioni fortificate che appartenevano ad una sola famiglia, bensì di paesi castellati, cioè circondati e chiusi da alte mura, all'interno delle quali si rifugiavano gli abitanti ed i contadini delle campagne circostanti durante le incursioni dei pirati.
I Castelli di Jesi sono 14 si pongono a ferro di cavallo sulle colline attorno alla vallata di Jesi. Per la maggior parte hanno conservato immutato l'aspetto tipico medioevale, con il caratteristico snodarsi di vicoli e viuzze all'interno delle mura. Anche le mura sono quasi tutte perfettamente conservate e tutelate dalla Sovraintendenza di Ancona.
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi e' il vino Doc piu' famoso e storicamente conosciuto delle Marche.
I filari di Verdicchio, antichissimo vitigno originario di queste terre emigrato successivamente in Friuli, Veneto, Toscana e Campania, si distendono sulle colline che fiancheggiano il fiume Esino dove vanno ricercate le origini della coltura della vite nelle Marche. Al centro di questa storica zona viticola, chiamata dei Castelli di Jesi, sorge la citta' che da' il nome al vino, l'antica Aesis, colonia romana di probabile origine umbra. La storia di Jesi si intreccia con quella dei suoi Castelli, di cui ormai rimangono soltanto i ruderi che hanno dato il nome alle localita' di Castelbellino, Castelplanio, Maiolati, Monte Roberto e Cupramontana, citta' nata attorno ad un tempio eretto in onore della dea Cupra, fatto restaurare dall'imperatore romano Adriano nel 217 d.C., dove si tenevano riti propiziatori con sacre bevute di un vino, probabile antenato del Verdicchio, in onore, appunto, di Cupra, dea della ricchezza e dell'opulenza.
Dagli antichi romani la fama del Verdicchio arrivo' fino ai "barbari" (nome con cui si indicano le popolazioni provenienti dai paesi d'oltralpe che invasero e posero fine all'Impero Romano) tanto che Alarico, Re dei Visigoti, quando nel 410 d.C. attraverso' le Marche per raggiungere e stringere d'assedio Roma, si racconta che carico' 40 muli con barili di Verdicchio, non si sa se di questo o del confinante Verdicchio di Matelica, ritenendo nessuna altra cosa al mondo migliore di questo vino per mantenere la salute e stimolare la forza dei suoi soldati.
Le citazioni poetiche che il Verdicchio si e' guadagnato nel corso della sua storia secolare sono moltissime: tra le tante vale la pena di ricordare quella di Pietro Aretino, noto poeta toscano del '500, che nonostante la fama di denigratore di tutto e tutti per il Verdicchio spese parole soavi per esaltarne le virtu' dietetiche e gustative.
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi puo' fregiarsi della qualifica geografica di "Classico" se viene prodotto nella zona piu' antica e tradizionale dell'area definita dalla Doc.


SANTA BARBARA
Rilevando, nel 1986, l’azienda Santa Barbara, nella quale suo padre e uno zio avevano delle quote, Stefano Antonucci decise di dedicarsi a tempo pieno all’attività per la quale stava sviluppando un’autentica passione. Attività che si caratterizzò subito per la moderna differenziazione delle proposte, a partire naturalmente dal Verdicchio dei Castelli di Jesi: al Verdicchio-base e alla selezione Pignocco seguirono Le Vaglie e la Riserva Stefano Antonucci. Alter ego di Antonucci è Silvio Brocani, uomo del vino storico nelle Marche, in Santa Barbara dal ’93 come responsabile commerciale ma anche, seppure spontaneamente e non formalmente, amichevole consulente; entrambi puntano a esaltare una spiccata territorialità, oltre che una riconoscibilità aziendale, nei vini. Vini che, fin dall’inizio, si sono segnalati anche per la correttezza del rapporto tra qualità dei prodotti e costi per il consumatore, mantenendo un ragionevole scarto tra le differenti tipologie.
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi, anche ora che la gamma aziendale comprende varie altre tipologie di vino, resta comunque la principale.


IL VINO
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico "Le Vaglie" è stato scelto da Burton Anderson tra i migliori 101 vini italiani.
Vigneti in contrada le Vaglie. Uve verdicchio.
Maturazione presso il produttore: circa 8 mesi.
Durata presso il consumatore: presumibilmente 4 anni almeno, grazie al suo ottimo rapporto acido-alcol e struttura.
Di colore giallo verdolino brillante con sfumature leggermente dorate.
Al naso profumi ricchi e complessi, prima leggermente vegetali poi sentori delicatamente speziati e di frutta matura. Al palato rotondo, grasso, equilibrato e caldo, di grande morbidezza e persistenza.
Abbinamenti gastronomici: ostriche, crostacei, piatti di pesce salsati.


TREBBIANO D’ABRUZZO Doc


VALENTINI


LA ZONA DI PRODUZIONE, IL VINO

UN PO' DI STORIA

La zona di produzione del Trebbiano d'Abruzzo e' vastissima, praticamente tutta la regione. Viene ricavato dal mosto fiore del vitigno omonimo ed ha color giallo paglierino chiaro o dorato.Il vitigno Trebbiano d'Abruzzo viene indicato anche con la denominazione di Bombino bianco. I suoi grappoli sono di media grandezza, di forma piramidale, alati e, secondo una visione alquanto fantastica, rassomigliano ad un bambino con le braccia distese: di qui il nome di "Bambi-no" e poi di "Bombino". Oltre al Trebbiano d'Abruzzo ed al Trebbiano toscano, anche se in minima parte, concorrono alla produzione di questo vino i vitigni Passerina e Cococciola, quest'ultimo di discreta vigoria, dalla produzione costante ed abbondante, ed originario dell'Abruzzo. Etimologicamente non e' facile designare l'origine del nome "Trebbiano". Plinio, nella sua "Storia Naturale", parla di un "Trebulanum" che pare fosse originario della Campania e, precisamente, della zona di Caserta.Di qui sarebbe stato importato in Abruzzo.L'Abruzzo, sin dai tempi antichi, e' stata una terra rinomata per le uve ed i vini. Il poeta latino Ovidio, originario di Sulmona, scrive nel secondo libro dei Giovani Amores: "Sono a Sulmona, terzo dipartimento della campagna Peligna, piccola terra ma salubre per le acque che la irrigano... Terra fertile di grano e molto piu' fertile di uve". Dicendo "uve" e non "uva" Ovidio alludeva certamente alle varie qualita' del prodotto che gia' da allora esistevano e che hanno reso famosa nel mondo la Valle Peligna.Il Trebbiano in particolare, che godeva di scarso interesse per i raffinati bevitori dell'Impero romano, aveva invece gran successo presso l'esercito, tanto da essere chiamato "il vino dei soldati".

VALENTINI

Le prime testimonianze documentali che comprovano l’attività agricola della famiglia Valentini risalgono al 1650. Altrettanto certa è la presenza in zona di vigneti di Trebbiano d’Abruzzo, antica varietà autoctona, almeno dal 1821. Camillo Valentini riceve per la qualità dei suoi vini un primo riconoscimento ufficiale già nel 1868. L’attuale proprietario Edoardo (che ama definirsi un artigiano del vino), suo discendente, comincia ad occuparsi dell’azienda nei primi anni ‘50.La campagna che si estende tutta intorno al borgo medioevale di Loreto Aprutino è tra le più belle d'Italia. Uliveti a perdita d'occhio, frutteti, vigne, un paesaggio che sembra uscire da una stampa del secolo scorso. Questo è il regno di Edoardo Valentini, principe dei viticoltori e uomo profondamente legato alla sua terra e ai ritmi della campagna. Con quella di quest'anno (1998), saranno quarantotto le vendemmie che avrà seguito direttamente ed è solo questo il segreto della sua profonda conoscenza delle vigne e delle tecniche di coltivazione, di raccolta e di vinificazione. Per quasi mezzo secolo, insomma, ha osservato attentamente l'andamento delle diverse annate e ha imparato a selezionare le uve di conseguenza. Attualmente imbottiglia solo il 10-15% della sua produzione. Il resto lo conferisce a una cantina sociale della zona della quale è socio. Ma i vini che portano il suo nome devono essere come li vuole lui, senza compromessi. Il Trebbiano d'Abruzzo è un bianco magistrale, "alla Valentini", persino più nitido nei profumi e più elegante del solito. Un bianco da uve così bistrattate, fa veramente pensare. Per farlo così ci sono voluti cinquant'anni di vendemmie. Una vita.

IL VINO

Colore paglierino intenso con evidente nota verde e una incerta limpidezza. Naso caratteriale, all'inizio, come sempre, più difficile e rustico con un tono quasi carnoso; col passare dei minuti il vino si apre rivelando note di erbe, di sambuco, di nocciola cruda, di terra fresca in un compendio ampio, omogeneo e dal grande potenziale di complessità. In bocca la presenza del corpo non è pressante ma piuttosto ha un valore spirituale e per questo unico ed eccezionale: la persistenza, la grande corrispondenza con gli aromi donano la stessa unità di sensazione del naso; il finale è in crescendo. La personalità, la sintonia con il territorio, lo rendono difficile da imitare, anzi diventa unico.

Tasca D'Almerita
L'Azienda Agricola Tasca D'Almerita fu fondata nel 1830 nel feudo di Regaleali. La tenuta comprende circa 500 ettari di cui 350 coltivati a vite. E' ubicata nel cuore dell'isola di Sicilia, al confine tra le provincie di Palermo e Caltanissetta. L'altitudine va dai 400 metri a 750 metri al di sopra del livello del mare e conferisce alla tenuta un microclima dalle caratteristiche uniche. Questo permette una raccolta tardiva, se paragonata al resto dell'area produttiva siciliana, e dona al vino un carattere particolare e distintivo, grazie anche ad un'attenta selezione delle viti.
Sicilia, isola di Bacco.Da alcuni anni istituzioni e viticoltori siciliani sono impegnati nella realizzazione di un ambizioso progetto: fare della Sicilia una delle regioni d'Italia con maggiori attrattive enoturistiche. Si tratta di una sfida affascinante accolta con grande entusiasmo, e che ha fatto sì che antichi pregiudizi lasciassero il posto ad un effettivo rilancio del ruolo della regione quale isola protagonista nell'area mediterranea.Sono sempre più numerosi, infatti, i turisti interessati a scoprire il suo patrimonio enogastronomico. A questi visitatori l'isola offre oggi emozioni assolutamente indimenticabili: percorsi fra storia e cultura, fra Bacco e Cerere, ricchi di degustazioni e scoperteItinerari e proposte volte a soddisfare le loro più importanti curiosità e che li portano a conoscere la fertile terra siciliana con i suoi vigneti, con i suoi frutti, gli uliveti, le coltivazioni, i monumenti, il mare, sempre illuminata dal sole, perennemente colorata di luce. Guidati unicamente dai propri gusti, questi turisti scelgono di volta in volta di intraprendere dei percorsi sempre nuovi e interessanti. C'è chi sceglie di entrare nel regno dell'Inzolia, del Catarratto, dello Chardonnay e di degustare i migliori vini bianchi a cui queste uve danno vita. Chi preferisce i rossi, invece, va sempre più alla ricerca di quelli che attualmente sono considerati i protagonisti assoluti, ovvero il Nero d'Avola e il Frappato, dall'Etna a Vittoria, da Siracusa a Messina, da Marsala a Palermo. I veri appassionati poi non mancano di seguire un itinerario particolare che li porta lungo i sentieri dei vini liquorosi più famosi: dallo Zibibbo (o Passito) di Pantelleria, al Marsala, alle Malvasie delle Lipari. Insomma, l'isola è a portata di palato e di naso perché i profumi e i sapori dei suoi vini sono davvero esperienze indimenticabili.

Il vino tra storia e leggenda

Il vino siciliano, nettare che eccita il gusto, l'olfatto, la vista, nasce in un territorio da sempre vocato alla viticoltura attorniato da un paesaggio caldo, mediterraneo, ricco di storia.La storia dei vini dell'isola si intreccia, proprio ai primordi dell'enologia, con i miti ellenici, storicamente provato che i primi coloni greci giunti a Naxos, una splendida baia nei pressi di Taormina, si dedicarono "professionalmenteì" alla coltura della vite, forti delle esperienze acquisite nella madre patria. Infatti, la Naxos delle isole Cicladi era diventata specialmente nota per i suoi vini pregiati e per il culto a Dioniso, culto che viene fervidamente continuato anche nella nuova colonia siciliana. Nelle monete di Tauromenium (l'odierna Taormina) è raffigurata la testa del dio del vino. La leggenda vuole che Dioniso in persona si sia spinto nella valle del fiume Alcantara, noto per le sue rocciose e profonde gole.Spetta ai Fenici, audaci navigatori e mercanti di razza, portare in tutte le coste raggiungibili dalle loro agili navi i vini siciliani facendone uno dei prodotti più importanti degli scambi commerciali di quell'epoca. Sulla scia di un folklore che già allora si faceva notare, i vini siciliani giunsero sulla tavola dei condottieri e dei poeti della Roma repubblicana ed imperiale, circondati dal fascino dei miti isolani. é nota la predilezione di Giulio Cesare per il Mamertino, prodotto in alcuni comuni della zona tirrenica del messinese, mentre Plinio il Vecchio, noto per la sua competenza in materia, prediligeva il Taormina bianco, prodotto con le antiche uve Catarratto bianco, Carricante, Grillo, Inzolia e Minella bianca.I grandi movimenti delle flotte inglesi, durante il periodo napoleonico, favorirono il sorgere della grande industria enologica sicula, incentrata intorno al Marsala.Per questa via i vini siciliani sono entrati nelle tradizioni popolari diventando espressione dell'animo e della cultura delle popolazioni che li producevano.

La storia recente

Tornando all'oggi, la realtà enologica siciliana ha raggiunto in questi ultimi anni la vetta di qualità più alta ed estesa mai raggiunta prima nella sua pur lunga storia. I valori di unicità dovuti alle particolari caratteristiche pedoclimatiche del territorio (il clima della terra in cui il vino viene confezionato e le uve da cui nasce che maturano sotto i raggi cocenti del sole, gli conferiscono un sapore e caratteristiche peculiari inimitabili), l'incontro fra le moderne tecniche enologiche ed antichi e nuovi vitigni, insieme alla tenacia e alla fantasia delle aziende, hanno permesso di ottenere in questi anni risultati tali da attirare l'attenzione di molti imprenditori italiani ed esteri. La Sicilia è oggi uno dei più grandi empori vinicoli del Mediterraneo, con disponibilità di una vasta gamma di vini, adatti a qualsiasi circostanza a tavola e per tutti i gusti. Non più solo vini di elevata alcolicità, come un tempo, ma bianchi, rossi e rosati come quelli prodotti sulle pendici dell'Etna, limpidi gradevoli e leggeri. Non mancano bianchi più sostenuti, ma pur sempre vini da pasto, anche eleganti, prodotti nel palermitano e nel trapanese; rossi vivaci nel siracusano e nel ragusano; vini molto colorati e corposi provenienti da Milazzo. Vasta è la disponibilità nel campo dei vini amabili o dolci, quali il famoso Moscato di Siracusa, quello di Noto, i passiti dolci naturali o liquorosi delle isole di Lipari e di Pantelleria e il più celebre fra i vini da dessert del mondo, ovvero il Marsala, perfezionato e valorizzato da intraprendenti mercanti britannici agli inizi dell'Ottocento, ma i cui metodi di ìconciaì risalgono a tradizioni antichissime della Magna Grecia. Concludono il lungo e variegato panorama di bottiglie la produzione di spumanti, distillati come la grappa, rosoli (al mandarino, all'arancio, alla rosa, all'alloro, al fico d'India, al pistacchio) che racchiudono tutti i profumi della Sicilia, e i tanti liquori prodotti con gli agrumi e la frutta dell'isola come il limoncello, il fragolino, il mandarinetto, l'arancello e, ancora, gli amari a base di erbe.

La viticoltura in numeri

Attualmente la forza della Sicilia vitivinicola si esprime con circa 138.019 ettari di vigneto (di cui 73% uve bianche e 27% uve rosse), localizzati per il 65% in collina, per il 30% in pianura e per il 5% in montagna. Nella regione la superficie media per azienda è di 1,3 ettari; trentamila sono gli addetti del settore a tempo pieno; centotrenta sono le aziende imbottigliatrici, di cui trenta cantine sociali. La percentuale di produzione delle cantine sociali si attesta intorno all'80%. Il valore del vino per il 2000 si è stimato in circa mille miliardi di lire e lo stesso contribuisce per circa il 15% alla produzione lorda vendibile siciliana. Le stime riferiscono che nel 2000 sono stati prodotti in regione 5.696.000 ettolitri di vino, di cui: 4.158.000 (circa il 75%) bianchi e 1.538.000 rossi e rosati. La produzione di vini Doc è stata stimata intorno ai 200.000 ettolitri, di cui: 140.000 bianchi e 60.000 rossi. Quanto alle produzioni di vini Igt questa è stata pari a 1.500.000 ettolitri. In totale sono stati imbottigliati 900.000 ettolitri di vino, pari a 112.500.000 bottiglie da 0,75. Infine sono stati esportati 2.119.643 ettolitri di vino (i dati sono tratti dal volume ìFiliera del vino e delle uve da tavolaì realizzato dalla Ismea per conto dell'IRVV). Come si può osservare oggi la realtà del vino made in Sicily è sicuramente positiva, ma nel corso dell'ultimo secolo non sono mancati i momenti difficili per i viticoltori; basti solo ricordare che fino agli anni '60, la viticoltura nell'isola era caratterizzata da una produzione complementare (da ìtaglioì) ad elevata gradazione e bassa acidità. Dagli anni '60 in poi, si è passati progressivamente ad una produzione di vini da tavola a minore gradazione alcolica e a bassa acidità totale, realizzata attraverso l'introduzione dell'irrigazione di soccorso, la diffusione di sistemi di allevamento a maggiore espansione, l'anticipazione della raccolta e, a livello di trasformazione, con la diffusione del controllo termico della fermentazione. Negli anni '90, poi, la Sicilia ha operato una trasformazione della sua enologia produttiva per mezzo di modifiche sostanziali alle tecniche colturali dell'uva e dei suoi processi di vinificazione dei mosti, nonché di immagine e di commercializzazione. Gli effetti di questo processo sono realmente eclatanti in termini di qualità del prodotto e ciò è testimoniato dall'enorme apprezzamento dei vini siciliani su tutti i mercati nazionali ed esteri e dallo sforzo continuo per il miglioramento dei disciplinari di produzione dei vini a denominazione d'origine, in tutto diciotto (Alcamo, Cerasuolo di Vittoria, Contea di Sclafani, Contessa Entellina, Delia Novelli, Eloro, Etna, Faro, Malvasia delle Lipari, Marsala, Menfi, Monreale, Moscato di Noto, Moscato e Passito di Pantelleria, Moscato di Siracusa, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita di Belice e Sciacca) attualmente riconosciuti nell'isola.

L'ampelografia: difesa scientifica e occhio al futuro

Una delle caratteristiche della viticoltura siciliana è quella di poggiare su varietà di uve locali coltivate da secoli e adattate al clima e ai terreni della regione; solo da pochi anni infatti è iniziata la coltivazione di vitigni provenienti da altre zone. Bisogna comunque precisare che disporre di un patrimonio ampelografico di prim'ordine è importante, ma non meno lo è saperne conservare i valori e tramandarli alle nuove generazioni di vignaioli. A questo scopo sono determinanti la ricerca e la sperimentazione, per un effettivo miglioramento della qualità sia dei vitigni autoctoni sia di quelli innovativi. L'attività messa in campo sul territorio dall'Istituto Regionale della Vite e del Vino, l'ente di diritto pubblico della Regione Siciliana, istituito con apposita legge regionale n.64 del 18/07/1950, che ha tra i propri compiti la tutela, l'evoluzione e la promozione della produzione vitivinicola della Sicilia, in tal senso si è rivelata di grande supporto.L'Istituto, intensificando la propria attività nei campi di orientamento varietale e le prove di microvinificazione sulle uve autoctone ed alloctone prodotte negli stessi, ha permesso di valorizzare la vocazionalità vitivinicola della regione. è significativo ricordare che oggi in Sicilia la coltivazione di varietà internazionali come il Cabernet Sauvignon, il Merlot, lo Chardonnay, il Syrah, il Sauvignon, che stanno caratterizzando la moderna immagine dell'enologia regionale, è stata autorizzata con specifici regolamenti comunitari, derivati proprio dalla sperimentazione viti-enologica condotta con il diretto apporto delle strutture dell'IRVV. Nel contempo la valorizzazione di varietà tradizionali come il Nero d'Avola, il Frappato e l'Inzolia, la scelta di nuove varietà, di modelli viticoli già individuati nei campi sperimentali dell'IRVV dislocati nelle aree viticole più importanti della Sicilia, e dei protocolli enologici successivamente elaborati presso la cantina di microvinificazione, sono stati puntidi riferimento per numerose aziende vitivinicole regionali, che stanno ottenendo oggi riconoscimenti nei mercatiinternazionali.

La scelta dei vitigni

In modo silente, quasi impercettibile, è in atto, un po' ovunque nell'isola, la riscossa dei vitigni made in Sicily, quelli definiti dai tecnici "autoctoni". Sono le 'minoranze', simili ai prodotti gastronomici in estinzione, eppure sono proprio queste varietà (che stanno riscontrando un apprezzamento notevole a seguito della crescita qualitativa dei produttori) che rappresentano una testimonianza della vivacità della coltura vitivinicola regionale, quelle su cui si gioca la sfida per il futuro. I produttori, infatti, li considerano una potenziale fonte alla quale attingere per la creazione di vini sempre nuovi. L'importanza assunta dal 'terroir' per i viticoltori si evidenzia nella scelta sempre più frequente da parte di questi di produrre vini a Indicazione Geografica Tipica.Tra i vitigni saliti in vetta ai livelli di qualità figurano, fra quelli a bacca bianca, l'Ansonica o Inzolia, il Grillo, il Grecanico, il Moscato Bianco, il Damaschino.L'Ansonica si adatta bene ai diversi ambienti caldo-aridi del Sud e dà un vino dorato, caldo, profumato, perfettamente confacente alla produzione del Marsala. Viene spesso usato in mescolanza con altre uve a cui aggiunge finezza, forza e profumo. é il caso, per esempio, del Bianco d'Alcamo Doc (la cui composizione ampelografica comprende anche questo vitigno), che possiede un colore giallo paglierino brillante con riflessi verdognoli, un bouquet fragrante che integra frutta tropicale, selce, una leggera nota affumicata e di salvia, un sapore secco, sapido, deciso, con una lieve vena di mandorle amare ed una dolce speziatura. Il Grecanico, invece, appartiene al gruppo dei vitigni provenienti dalla Grecia e solo successivamente si è diffuso in Sicilia. Esso dà vita ad un vino di colore giallo carico, snello, di corpo, giustamente alcolico, fresco, provvisto di buon profumo; interviene nella produzione di numerose Doc siciliane come Contessa Entellina, Delia Novelli, Menfi, Contea di Sclafani e altre ancora.I vini prodotti con questi vitigni a bacca bianca, in genere, si sposano bene con antipasti anche saporiti come il tonno sott'olio o le tinche in carpione, o con primi di verdure a base di patate e zucca o di pesce come spaghetti alla catanese, pasta col sugo di seppie, maccheroni con le sarde o con le acciughe e pasta con i broccoli. Si ottiene un ottimo abbinamento anche accostandoli a secondi quali sarde a beccafico alla catanese, cuscus alla trapanese, pesce spada ai ferri, tonno al forno, totani ripieni e zuppe miste di pesce.Quanto ai vitigni a bacca rossa, sono soprattutto il Nero d'Avola e il Frappato i vitigni autoctoni che meglio esprimono la secolare tradizione.Il Nero d'Avola o Calabrese, infatti, è la base e la struttura della qualità dei grandi vini rossi di Sicilia DOC o IGT, il cui patrimonio, arte e segreti, sono conservati nella cultura e nelle abitudini di vita degli abitanti del suo territorio.Il Nero d'Avola è il vitigno a buccia nera più importante per l'enologia siciliana. Originario del siracusano è alla base anche del vino Eloro Doc. Con una produzione non superiore ai 100 q.li/ha dà origine a vini di notevole struttura e colore da destinare anche all'invecchiamento. Il frappato, invece, è originario della zona di Vittoria. é diffuso soprattutto da Ragusa a Siracusa e con produzione ottimale non superiore ai 70 q.li/ha dà origine a vini ricchi di tannini nobili non molto coloriti ma con grande struttura e finezza. Dall'unione tra il Nero d'Avola e il Frappato ha origine il rinomato "Cerasuolo di Vittoria" Doc, il più famoso rosso della Sicilia, la cui zona di produzione comprende i territori dei Comuni di Ragusa, Vittoria, Comiso, Acate, Chiaramonte Gulfi, Santa Croce Camerina, Niscemi, Gela, Caltagirone, Licodia Eubea, Riesi, Butera, Mazzarino e Mazzarrone. In generale i vini come questo -prodotti con uve a bacca rossa (Nero d'Avola e Nerello Mascalese, Perricone, Frappato) - godono di una struttura che li rende ideali per accompagnare tutte le portate di un saporito pasto a base di carne.A seconda che li si beva ancora giovani o che vengano lasciati invecchiare, questi vini possono affiancare differenti preparazioni: possono essere felicemente accostati a primi come ravioli di carne, tagliatelle con salsiccia, o condite con ragù alla bolognese. A secondi come l'anatra brasata con olive verdi, le pernici alla siciliana, la beccaccia in casseruola.Nel caso vengano lasciati invecchiare, acquisiscono corposità e una struttura più ampia e decisa che li rende adatti soprattutto a robusti piatti di carne, senza contorni di patate o polenta che ne attenuino il sapore: si possono gustare con brasati, spezzatino di cinghiale, salmi di cervo o di lepre, stinco stracotto. Ottimi, a fine pasto, con formaggi stagionati come i pecorini siciliani.

Il successo dei vini rossi di Sicilia

La riscoperta dei vitigni autoctoni siciliani a bacca rossa è stata l'artefice, negli ultimi anni, del successo riscosso dai vini rossi siciliani sui grandi mercati e nei concorsi enologici nazionali ed internazionali. Questi attualmente vengono prodotti nella misura del 25% ed hanno un pubblico di estimatori raffinati, sparsi in Italia ed Europa. La loro preziosità è dovuta alla virtù dei vitigni, alla magia del clima, alla diligente coltura a opera di appassionati amatori.Non solo in Sicilia, ma anche nel resto d'Italia, la tendenza del mercato è quella di orientarsi verso la produzione e il consumo di vino rossi come confermano le recenti elaborazioni ISMEA su dati Istat a proposito della ripartizione degli acquisti per colore. Questa tendenza in parte è stata influenzata da alcune ricerche mediche degli Stati Uniti che hanno confermato la presenza nel vino di molte molecole che hanno reali effetti benefici sull'organismo umano, i polifenoli. In alcune varietà tipicamente siciliane, come il Nero d'Avola e il Frappato si sono evidenziati contenuti altissimi di polifenoli con alta presenza di tutta la grande famiglia dei flavonoidi e delle varie qualità di resveratrolo. Ad esercitare notevole in-fluenza in tal senso sarebbero le caratteristiche del terreno, la durata media e l'intensità dell'insolazione (che in Sicilia è particolarmente ricca di raggi ultravioletti), i tempi di vendemmia, il clima e non ultimi anche i vitigni autoctoni.I vini rossi siciliani, comunque, sono classificabili per la maggior parte come vini di grande qualità. Ciascuno di essi, infatti, racchiude in sé le caratteristiche della zona da cui trae origine: i vini rossi dell'Etna, del trapanese, dell'agrigentino, quelli delle colline delle aree interne (da quelle della Valle del Belice a quelle delle altre zone dell'entroterra), ognuno di questi rossi di nuova o vecchia costituzione è portatore di una propria personalità, di un messaggio che parte dall'angolo della Sicilia dove ha preso origine per arrivare alle mense di tutto il mondo.Si tratta di vini eccezionali, già dopo il loro processo di vinificazione, perfettamente gradevoli e bevibili: per tanti di questi vini il passaggio in barrique, anche di pochi mesi, è un ulteriore elemento che contribuisce a renderli ancora più grandi, migliorandone le caratteristiche organolettiche e conferendo agli stessi un tocco di eleganza.I viticoltori siciliani, prendendo spunto dai loro cugini d'Oltralpe, indiscussi esperti su come ottenere il buon vino, ricorrono sempre più di frequente per la maturazione del vino all'uso di queste botti di legno, meglio se di rovere, dal momento che le stesse conferiscono ai vini note di legno morbide e speziate molto apprezzate dai consumatori più evoluti.

I vini dell'Etna

Attualmente quella dell'Etna è considerata, dagli esperti, una delle aree più interessanti da un punto di vista enologico, tanto da fare affermare ad un celebre enologo di fama internazionale come Giacomo Tachis: ìl'Etna per me non è soltanto un vulcano di fiamme e di eruzioni, ma è anche un vulcano di potenziali qualità del vino. Ha sia un microclima sia un microsuolo eccezionalmente variegati, una varietà unica di fattori pedoclimatici che permette di fare una somma di vini completaì.I vigneti situati sull'Etna sono territori unici per il paesaggio straordinario che offrono alla nostra vista e per la ricca mitologia e storia di cui sono testimoni. Sull'Etna, si produce davvero il ìvino del fuocoì.In quest'area la viticoltura si sviluppa, in pochi chilometri quadrati, a semicerchio sulle pendici del vulcano, dalle rive del Mediterraneo alle propaggini dell'alta montagna, e per le sue caratteristiche e il suo terroir particolarmente favorevoli, può esprimersi molto bene anche con vitigni che hanno avuto i loro massimi successi molto più a nord, come il Pinot Nero ed il MŸller Thurgau.Il vino del vulcano disciplinato attualmente è l'Etna Doc (quasi 9.000 ettolitri la produzione annua), prodotto nelle tipologie rosso, rosato, bianco, bianco superiore. L'Etna rosso, la versione più interessante, è un vino potente, scuro come le rocce laviche, concentrato, persistente e caldo al gusto come il magma del vulcano, ma morbido al contempo intensamente profumato di frutta rossa matura, cassis e more e reso complesso da una speziatura dolce-piccante. L'intrigante Etna è stato il primo vino dell'isola - Marsala a parte - a vedersi riconoscere la denominazione d'origine nel lontano 1968 ed è oggi la Doc sulla quale, assieme a quella del Cerasuolo di Vittoria, puntano i riflettori i tecnici dell'Istituto regionale della Vite e del Vino, e non solo loro, al fine di una rivisitazione ed una attenta disamina del magnifico terroir etneo.

I vini Novelli

La Sicilia enologica dimostra di sapersi adattare bene non solo ai gusti dei consumatori più raffinati ed evoluti, ma anche a quelli delle giovani generazioni che si apprestano ad affacciarsi alla conoscenza del vino. Lo ha dimostrato in questi anni producendo degli ottimi vini novelli. L'isola ha delle grandi potenzialità nella produzione di questi vini, detti di 'primo fervore' e questo grazie alle condizioni pedoclimatiche particolarmente favorevoli, alla produzione di novelli di pregevole livello qualitativo e dotati di una spiccata personalità mediterranea. Il clima caldo matura bene l'uva e l'acido malico che li rende aspri e acerbi fa presto a trasformarsi facendo diventare i novelli più buoni, profumati, delicati e un po' frizzanti, proprio come devono essere.Attualmente sono ventitre le aziende produttrici isolane per un quantitativo di oltre un milione di bottiglie solo per il 2000. Su questi vini c'è un forte interesse anche da parte dei tecnici dell'Irvv, che stanno portando avanti un'intensa attività di sperimentazione nella cantina sperimentale di microvinificazione G. Dalmasso, applicando due diverse tecniche (macerazione carbonica e macerazione classica) su cinque varietà differenti di uva provenienti da quattro zone diverse: Nero d'Avola di Riesi; Perricone o Pignatello di Trapani; Frappato e Syrah di Vittoria e Nerello Mascalese dell'Etna.L'attenzione nei riguardi dei Novelli nasce dal fatto che questi vini, al di là dell'aspetto commerciale, svolgono un ruolo propedeutico nei riguardi dei giovani e dei profani del vino.La loro freschezza, morbidezza, non complessità, fragranza e profumi li rendono particolarmente confacenti ai gusti di quelle fasce che amano un berepiù disimpegnato anche se, nei prossimi anni, non è da escludere che questo giovane prodotto possa sviluppar-si al punto tale da conquistare anche gli amanti dei vino classico.

I vini dolci e liquorosi

La Sicilia non è solo produttrice di grandi vini da tavola, ma anche di ottimi vini liquorosi come i Moscati di Noto e Siracusa, la Malvasia delle Lipari e i Moscati e passiti di Pantelleria. I Moscati di Noto e Siracusa, seppur prodotti in quantità limitate trasudano di fascino e si caratterizzano per il delicato ma deciso profumo mielato, agrumi canditi, albicocca, uva passa, confettura. Caldi al gusto, dolci ma armonici, assai suadenti e persistenti, si congiungono mirabilmente alla pasticceria locale.Il vino Malvasia prodotto in quel luogo paradisiaco che è l'arcipelago delle Lipari fa parte anch'esso delle produzioni di pregio. Diodoro Siculo nel IV secolo A.C. lo denominò 'nettare degli Dei'. é un vino Doc, naturalmente dolce, prodotto con uve Malvasia (95%) e con uve Corinto nero (5%) e si sposa felicemente a dolci e biscotti secchi e dolciumi a base di pasta di mandorle o a formaggi di sapore deciso. Nel 1890 il grande romanziere francese Guy de Maupassant così parla del vino di Malvasia delle Lipari nell'opera "La vita erranteì: "Sembra sciroppo di zolfo. é proprio il vino dei vulcani, denso, zuccherato, dorato e con un tale sapore di zolfo che vi rimane al palato fino a sera: il vino del diavoloì. Le moderne tecnologie in simbiosi alla millenaria tradizione eoliana, hanno conferito al Malvasia delle Lipari una particolare fragranza che unite a un sapore caldo e vellutato, lo rendono uno dei più eccellenti vini da dessert.Il celebre Moscato di Pantelleria (la cui produzione attualmente si aggira sui 6.400 ettolitri), invece, è prodotto nell'isola da tempo immemorabile, ma solo nel 1883 cominciò a essere conosciuto al di fuori dei suoi confini incontrando, ben presto, grande favore in tutta la Sicilia, dove era ed è in uso la consuetudine di berlo l'11 novembre, in occasione della festa di S. Martino. Premiato nel 1900 all'Esposizione di Parigi, nel 1936 fu inserito tra i vini tipici italiani per il suo aroma delicato e fine e per il suo sapore vellutato, dolce, carezzevole, generoso. Nel 1971, terzo tra i vini siciliani, ottenne la Doc. Questo vino si sposa bene a crostate di frutta fresca e paste con creme delicate. La sua prorompente sensualità è legata in modo inscindibile alle selvagge, dure, umorali caratteristiche ambientali e climatiche di Pantelleria. Senza il fiero e determinato sole isolano che insieme al torrido vento solca le rughe dei vignaioli dell'isola e fa raggrinzire le bacche delle uve Zibibbo arricchendole di colore, gli aromi presenti in questo vino (sentori di albicocca che lasciano il passo a profumi di datteri e che a loro volta introducono una fragranza di fichi secchi, di cedro candito, di rosa appassita) certo non potrebbero assumere certe concentrazioni e caratteristiche particolari.

 

Tasca D'Almerita Chardonnay '00


Bianco Sicilia, I.G.T.

Zona di Produzione

Tenuta di Regaleali, di proprietà del produttore.E' situata in un'area collinosa tra le province di Palermo e Caltanissetta, ad un'altitudine che varia dai 450 ai 650 metri. Si estende su 460 ettari, 200 dei quali coltivati a vite.

Terreno

Argilloso e di medio impasto con reazione alcalina dovuta al calcare libero. Piovosità media, inverno freddo, primavera ed estate calde. Vitigni Chardonnay in purezza esposti Ovest, Sud/Ovest. Coltivazione Collina si San Francesco di ha.4.50 impianto a spalliera. Ovest - Sud - Ovest Clima Piovosità buona (600 mm), inverno freddo, primavera mite, estate molto calda. Vendemmia 4 e 5 settembre 1998 Vinificazione In barili di rovere francese (Allier e Tronçais) da 350 litri. Affinamento In barili di rovere francese (Allier e Tronçais) da 350 litri, per il 50% nuovi e per il 50% al secondo passaggio, per 6 mesi; in bottiglia per 6 mesi. IMBOTTIGLIATO in circa 50.000 bottiglie. Prezzo Unitario L. 51000 (€ 26,34)(IVA 20% inclusa) Degustazione Delicato, morbido con sentori di agrumi; al gusto pieno e molto persistente. Grado Alcolico 13.5 Vol. Modo Conservazione Migliora nel tempo in condizioni di conserva ideali. tipo Bianco Annata 2000
Già ai tempi della conquista di Druso (15 A.C.) in Alto Adige veniva coltivata la vite.Il momento di grande slancio arriva però dopo la caduta dell'Impero Romano con l'occupazione da parte dei bavari. La viticultura venne strutturata in modo differente, godette di un nuovo impulso e di un nuovo mercato.Durante il Medio Evo la viticoltura visse il suo periodo di massimo splendore. Il vino era considerato medicina, bevanda principale e veniva miscelato all'acqua per renderla potabile.Il grande periodo di decadenza arrivò alla fine del 19. secolo, dovuto al pidocchio della vite ed alle nuove malattie fungine, solo dopo avere sanato queste grosse piaghe il settore si rianimò lentamente.La crisi successiva per la viticoltura si ebbe nel 1919, con il passaggio all'Italia dell'Alto Adige.Le zone di vendita del nord furono perdute, l'Italia produceva già da se abbastanza vino rosso e la Svizzera divenne il maggiore acquirente dei vini dell'Alto Adige. Col tempo anche la Germania e l'Austria ne trassero vantaggio.All'Inizio degli anni 80, con il boom della vendita di vini di bassa qualità prodotti in massa il mercato collassò.Oggi si scommette sulla qualità e su certe uve tipiche del luogo, per esempio il Lagrein.Nel frattempo l'Alto Adige è diventato una terra di produzione enologica famosa in tutto il mondo, produttore di vini di qualità, dove è possibile riconoscere una antica cultura enologica!

Storia e Tradizioni
Punto d'incontro, nei secoli, tra civiltà e culture diverse, pur conservando una propria identità, terra soprattutto contadina, seria, paziente, ricca di tradizioni ma che sa anche essere ospitale e aperta, il Trentino Alto Adige è una regione che offre al visitatore accorto delle bellezze naturali incomparabili.
Grandi gruppi montuosi dalle cime perennemente innevate, fitte e lussureggianti foreste, numerosi laghi, piccoli e grandi, dai nomi e dai colori romantici, distese di prati alpini ricchi di fiori ed erbe profumate; ma anche bellezze architettoniche, castelli, palazzi e tanti piccoli villaggi montani dove il tempo pare si sia fermato.
La vite coltivata nelle vallate diviene un tutt'uno con il paesaggio in un'ordinata sequenza di pergolati e filari, spesso abbarbicati su ripidi pendii sostenuti da piccoli muretti di sassi, che con la loro perfezione geometrica seguono armonicamente il disegno delle colline. Queste caratteristiche morfologiche così varie creano diversi microambienti sia per quanto riguarda la composizione dei terreni, sia per il differente clima, che permettono la coltivazione di numerosi vitigni, locali e autoctoni.
Le forti escursioni termiche fra il giorno e la notte, nel periodo prima della vendemmia, favoriscono inoltre la formazione di eleganti profumi, che vengono esaltati poi dalla freschezza dei vini. Per questi fattori e per l'antica tradizione plurisecolare che accompagna la produzione enologica di queste terre, il vino trentino - alto atesino si differenzia e caratterizza rispetto ad altre zone viticole con una personalità particolare ed inconfondibile che, nella molteplicità delle varie tipologie, permette di accompagnare qualsiasi tipo di piatto o preparazione gastronomica.
Nella zona subalpina forme selvatiche di vite erano presenti sin dall'inizio del Terziario. Nonostante l'azione devastatrice delle successive epoche glaciali, la vite silvestre riuscì a ridiffondersi e ad essere avviata ad una rudimentale coltivazione dalle comunità umane presenti. A conferma di questo si possono ricordare i reperti risalenti all'età del Bronzo rinvenuti nelle zone palafitticole del Garda, di Ledro e di Fiavè. A queste viti autoctone vennero progressivamente a sovrapporsi o a mescolarsi le varietà di vite originarie dell'area caucasica.
Nella Penisola, compresa la zona subalpina, le forme selvatiche subirono dunque un'azione di ibridazione naturale ed una costante pressione e selezione ad opera dell'uomo, fino ad evolversi nelle varietà coltivate. L'asta atesina (Valle dell'Adige) fu interessata anche dalla trasmigrazione dei Celti provenienti d'oltralpe. In particolare alcuni nuclei celtici dei Galli colonizzarono le pendici delle Prealpi Bresciano - Veronesi per poi stabilirsi nella Valle dell'Adige ove affiancarono alla costruzione di insediamenti urbani e di altre attività economico agricole la coltivazione della vite e la produzione ed il commercio del vino
La successiva presenza romana agì nel solco della precedente tradizione stimolando, come altrove, il perfezionamento delle tecniche di coltivazione e di trasformazione. Di questa fiorente attività ne sono testimonianza numerose opere letterarie della civiltà classica (Svetonio, Tubillio, Plinio, Catone, etc)
La tradizione vitivinicola atesina subì una contrazione in coincidenza dello sfaldamento dell'Impero Romano e delle invasioni barbariche. Nei secoli XV e XVI si assistette all'introduzione e diffusione di vitigni particolari come il Marzemino in Val Lagarina. Grazie allo straordinario evento del Concilio di Trento (1545 - 1653) ed all'opera del Mariani, che del Concilio fu attento cronista, i vini trentini divennero conosciuti ed apprezzati anche al di fuori dei locali confini.
La seconda metà dell'ottocento fu caratterizzata dalla penetrazione di tre avversità devastanti quali l'oidio, la peronospera e la fillossera che determinarono alcuni anni di crisi profonda in molte regioni europee.
Preminente , nella rinascita viticola post - fillosserica, fu il ruolo esercitato dall'Istituto Agrario di San Michele all'Adige, istituzione fondata nel 1874 e tuttora elemento ispiratore della viticoltura e dell'agricoltura del territorio atesino.
Visitiamo il territorio e le sue produzioni:
La viticoltura trentina si estende su una superfice di circa 12.810 ettari. La produzione di vino è di circa 953.000 ettolitri all'anno il 45% è bianco e il 55% è nero, il 79,1% è a DOC., la maggior parte dei quali (80 %) è gestita dalle cantine cooperative. Contestualmente esiste una nutrita schiera di aziende vitivinicole di medio - piccole dimensioni "i vignaioli" che sta sviluppando un ottimo lavoro di valorizzazione delle peculiarità locali.
Sui pendii e le colline della Val d'Adige fra Merano e Salorno, e nella Valle d'Isarco fra Bolzano e Bressanone, i vigneti caratterizzano fortemente il paesaggio.
Solo i vigneti del Lagrein nel quartiere di Gries a Bolzano, e quelli all'estremo sud della provincia in corrispondenza di Salorno, si estendono in pianura. Da alcuni anni, anche la media e bassa Val Venosta sta vivendo una fase di rilancio come più "giovane" zona a DOC dell'Alto Adige.
Alla nota e spesso decantata varietà del paesaggio altoatesino corrisponde una varietà altrettanto ampia di uve. Una ricchezza di vitigni che è senza dubbio il risultato di condizioni climatiche eccezionalmente favorevoli e della composizione dei suoli nelle diverse zone.
Tre sono i vitigni e i vini autoctoni dell'Alto Adige: la Schiava, il rosso più tipico e diffuso dell'Alto Adige, il Traminer aromatico, oggi conosciuto in tutto il mondo e il Lagrein scuro, un riscoperto vino di spessore internazionale.
Da circa un secolo si coltivano però in Alto Adige anche altri importanti vitigni "internazionali": Pinot nero, Merlot, Cabernet sauvignon e franc, Pinot bianco, Chardonnay, Pinot grigio, Silvaner, Müller-Thurgau, Riesling, Sauvignon, Veltliner verde e Kerner. Il moscato rosa, una specialità dell'Alto Adige e il moscato giallo come vini da dessert completano la gamma. A ciò si aggiungono poi circa 200.000 bottiglie di Spumante Alto Adige di qualità a base di uve Pinot bianco, Chardonnay e Pinot nero secondo il metodo tradizionale della rifermentazione in bottiglia.

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